sabato, settembre 10, 2005

Living e G8 Genova

Dure lezioni da Genova e una proposta alle Tute bianche

C'è stata un'eloquente scena venerdì 20 luglio (Il Giorno dell'Azione) a piazza Dante, a Genova, al confine della Zona Rossa (una zona chiusa da uno sbarramento di sicurezza per il G8). Questa piazza, sebbene designata come non-violenta, è stata nondimeno testimone dell'uso di idranti e gas lacrimogeno contro manifestanti pacifici. Qui le azioni di protesta andavano da quelle creative di canzoni, musica e lancio di palloni a quelle meno pacifiche di battere sulle barriere di acciaio, lanciare bottiglie d'acqua e insultare la polizia. A un certo punto gli organizzatori, sentendo che la tensione stava crescendo troppo, ritennero fosse il momento giusto per presentare lo spettacolo del Living Theatre "Resist Now". Appena lo spettacolo cominciò, occhi e orecchie si focalizzarono sulla performance e ci fu un silenzio attento e profondo. Il contrasto con il rumore, la confusione e il potenziale di violenza immediatamente precedenti era singolarmente drammatico per i manifestanti e forse anche per la polizia. (Da vari punti della città giungeva notizia di scontri, cassonetti bruciati e cariche della polizia.)

Sfortunatamente un errore nell'organizzazione interruppe questo cambio di atmosfera quando un gruppo di comunisti vecchio stile, gli Socialist Worker's Party, arrivò improvvisamente scandendo slogan, battendo ritmicamente e gridando, con il generale clima di ostilità verso la polizia che ne seguì. (Lo spettacolo del Living continuò, sebbene la pienezza e la potenzialità del nuovo stato fisico e mentale che solo il teatro può dare fossero state compromesse.) Così, dove lo spettacolo del Living avrebbe potuto aprire a nuove forme di partecipazione e comunicazione fra i manifestanti ( e magari i poliziotti), seguì invece, come in molte altre piazze di Genova quel giorno, l'attacco delle forze dell'ordine con idranti, gas lacrimogeno e qualche manganello. Stavamo per assistere agli adesso famosi scontri, al sangue, ancora una volta alla morte, che tutt'ora continuano a monopolizzare la discussione del movimento anti-globalizzazione; cioè il tema della violenza, sia essa lo stato organizzato o le autonome tattiche di guerriglia del "colpisci e fuggi" (il cosiddetto Black Bloc), o infine le azioni "difensive" delle Tute Bianche.
Adesso le importanti questioni dell'antiG8, la cancellazione del debito, l'ambiente, la capitalizzazione globale, lo sviluppo del terzo mondo ecc. sbiadiscono fra la pubblicità, le distorsioni e le esagerazioni dei media (di destra e di sinistra), fra le dichiarazioni ufficiali, le inchieste e le indagini del governo, e fra la tristezza, la rabbia e il desiderio di voler riparare i torti fra i manifestanti e alcune persone della polizia.

Abbiamo cominciato con il quadro dei contrastanti, stili e strategie di protesta per far luce sulla questione di base di quanto è accaduto a Genova: in che modo gli obiettivi e i desideri del 90% dei manifestanti - lavoratori, vecchi e nuovi hippies, femministe, punk, cattolici, comunisti, pacifisti-, tutti professanti l'azione non-violenta, hanno potuto essere fermati, deviate e monopolizzati dall'azione del rimanente 10% di "anarchici" violenti, elementi di centri sociali, infiltrati della polizia, nazi-fascisti e hooligans, in questo confronto con le forze di polizia del governo Berlusconi, ben organizzate, ben armate e con una chiara strategia? Prima del summit, si è discusso moltissimo sulla paura, sulla violenza e su come evitarle. Dopo, possiamo parlare dell'inevitabilità da parte delle forze dell'ordine dell'uso eccessivo di violenza. (Dopotutto, le tecniche della violenza costituiscono il loro training. Perché ci meravigliamo tanto quando fanno così bene ciò per cui sono addestrati?) Né è nostra intenzione a addossare le responsabilità al movimento anti-G8, o semplicemente biasimare il governo. Queste lezioni devono essere utili per il lavoro e le strategie futuri e dobbiamo guardare in modo spassionato a quanto è venuto fuori da Seattle a Praga, a Gothenburg, a Nizza, a Napoli e adesso Genova.

E’ chiaro che il movimento anti-globalizzazione ha spesso tentato di volgere a proprio vantaggio eventi orchestrati da un'organizzazione di potere. E' come un party privato ed esclusivo rovinato da "indesiderabili". Dopo Seattle "gli organizzatori di party" non volevano la ripetizione di questi eventi, così l'arsenale, il talento e la capacità degli 8 hanno potuto ( e potranno) reprimere ogni tentativo di disturbo. Così sono state preparate, per esempio a Genova, diverse strategie difensive: zona rossa, manipolazione e rottura di accordi, mistificazione e trattenimento delle informazione. Sono stati utilizzati tutti i modi possibili per rendere la protesta inefficace. Come abbiamo visto a Genova ( e come diciamo nel football americano) la miglior difesa è l'attacco. Così è stato che le forze dell'ordine hanno spesso attaccato per prime i manifestanti, giocando sull'anticipo, come nella rottura dell'imponente marcia dei 200.000. Il fatto che la polizia usi una forza eccessiva, come alla scuola Diaz, è una reazione punitiva e un'estensione logica di ciò che la polizia fa meglio. Specialmente se alcuni tra i manifestanti distruggono la proprietà e rimangono violentemente ribelli e provocatori. Il clima generale di odio e di disprezzo verso la polizia di larga parte (la maggioranza?) dei manifestanti, insieme con la mancanza di ordine e obbedienza assoluti, facevano sì che venissero fuori i tratti più sadici da parte di individui della polizia. Noi crediamo che quando si stabilisce un contesto di scontri di strada la polizia vede tutti i manifestanti come fossero uno solo, cosicché diventa difficile o strategicamente non necessario separare i Black Bloc dagli anarchici grigi, dalle Tute Bianche (che non erano in bianco come d'abitudine), dai pacifisti. E quando da entrambe le parti vengono usati maschere, caschi, fazzoletti sul viso, scudi, imbottiture di difesa- creando così un senso di generale anonimità- il comportamento disumanizzato e spersonalizzato di tutti si capisce ancora meglio.

Dopo aver guardato la situazione di un governo che vede a tutti i costi la necessità di neutralizzare i disordini e che ha a disposizione una larga forza di polizia addestrata, obbediente e preparata alla battaglia, volgiamoci alla strategia del Genova Social Forum (GSF) come rappresentativa del più largo blocco di dimostranti e delle Tute Bianche, che potrebbero essere descritte come l'avanguardia del movimento attivo giovanile. ( Ci sono naturalmente altri altrettanto importanti, come i pacifisti della rete di Lilliput, i più militanti COBAS, e un vastissimo contingente di comunisti.) In verità sembra che il GSF abbia fatto ogni sforzo per presentare un gruppo di protesta unito, producendo forse così un tono, una strategia e delle tattiche piuttosto militanti, che farebbero appello a elementi del movimento più militanti. Presentando una grande forza che comprendesse gruppi diversi in opposizione al G8, si realizzava la strategia di varie piazze a tema, ciascuna con il proprio livello di militanza. Ciò rendeva molto più facile alla polizia identificare, separare e neutralizzare i gruppi più violenti il Giorno dell'Azione. Tale strategia venne replicata nella grande marcia del giorno seguente quando la polizia separò agevolmente le diverse tendenze presenti nel corteo.
Le Tute bianche, come pure il GSF e altri fuori da questo blocco avevano il proposito di attaccare la Zona Rossa, per esercitare il proprio diritto a una città libera. In una lettera precedente (vedi appendice) abbiamo esposto i possibili problemi e limiti di questa e di altre tattiche di interrompere il G8. Bisogna dire che sembra più del 90% delle organizzazioni pacifiste abbiamo chiuso un occhio perfino sul contingente apertamente violento - il cosiddetto Black Bloc - che aveva espresso questa tattica. Non c'era da aspettarsi che altre forze oscure di provocatori della polizia, fascisti, hooligans e altri ai margini della società avrebbero colto l'opportunità di esprimere la propria rabbia e il proprio malcontento verso la società? così è stato deludente che le Tute Bianche abbiano deciso di non essere identificati dalla loro "uniforme" bianca. Dobbiamo dire che il loro discorso sulla "protezione difensiva" non è chiaro, è vago e non nel vero spirito della resistenza non-violenta, e che l'uso di caschi, scudi, volti coperti, maschere antigas - sembrano gli specchi del poliziotto/soldato - sembrava essere l'attesa (l'invito) alla violenza, e che quest'aspetto veniva assunto come stile da parte dei più violenti tra i manifestanti - e tutto ciò rendeva minima l'efficacia delle Tute Bianche. (Vedi oltre altri suggerimenti e strategie che speriamo le Tute Bianche vorranno considerare).

Mettiamo insieme una presenza di protesta parzialmente unificata, specialmente sulla questione di violenza e non- violenza, (la strategia di dividere i vari gruppi in campi d’azione separati, la presenza conosciuta di cosiddetti "anarchici" pro-violenza, la strategia dichiarata di entrare nella zona rossa da parte di alcuni, un largo contingente di comunisti "rossi" e di altri non del tutto pacifisti, i quali non escludono di ricorrere all’insurrezione violenta per prendere il potere, la possibilità conosciuta della presenza di hooligan, nichilisti e di portatori di violenza gratuita)- e il leader, egualmente militante, dell’attuale governo italiano: credo che sia merito del GSF e della gran parte dei manifestanti che amano la pace, che i feriti e i morti non siano stati di più. Sebbene il movimento anti-globalizzazione sia già d’accordo sulla maggior parte degli obiettivi, sembra che la questione saliente sia la strategia da adottare per neutralizzare la violenza all’interno del movimento e quali ambiti, quali campi d’azione scegliere.
Non è nelle intenzioni di questo scritto sviluppare una strategia di un movimento anti-globalizzazione, anche se è possibile accennare ad alcune tendenze e idee di base che possono essere utili. E’ prioritario il bisogno di una forza unita che vada oltre ogni connotazione religiosa, politica, tattica, filosofica, razziale ed etnica. E ciò che può essere alla base di questa unità è solo l’impegno a una resistenza non-violenta.

Nel calore e nella passione dell’ultima domenica del G8 di Genova, dopo il brutale raid della polizia alla scuola Diaz, perfino dai più convinti giovani pacifisti si levava un giustificato grido di rabbia e di appello ad un azione di rivalsa. Quale azione? per capire che genere di azione, per scoprire davvero il principio della non-violenza, dobbiamo capire l’infallibilità di quest’idea: affrontare l’odio (violenza) con l’odio (violenza) può solo portar fuori un odio (violenza) ancora maggiore. Naturalmente dobbiamo e condanniamo con forza le azioni di brutalità e gli eccessi della polizia. Possiamo perfino provare odio e rabbia verso queste azioni. Ma trovare una soluzione ad azioni violente condannando e odiando il singolo poliziotto non è una soluzione. Non puoi aiutare con l’odio. Come disse Gandhi: "Non è non-violenza amare solo chi ci ama. E’non-violenza solo quando amiamo quelli che ci odiano".

Chi siamo noi per giudicare un altro essere umano che non conosciamo, i milioni e i miliardi di cause che hanno condotto il destino di una persona che deve decidere per se stesso, per esempio, di essere un poliziotto? se la misura di giudizio della vita di una persona dev’essere il grado di servizio all’umanità, allora servire coloro i quali siamo contro, alle cui azioni ci opponiamo risolutamente, dovrebbe essere il nostro primo imperativo. Così l’odio non avrebbe parte in questo servizio.
Noi crediamo non ci sia nessun problema nel mondo che non possa essere risolto con un attiva resistenza non-violenta. Dalla Palestina all’Africa, all’ambiente, allo sviluppo del terzo mondo. Semplicemente è la "forza dell’anima" (satya graha) degli individui del passato e del presente che ha creato il mondo nel quale viviamo oggi. Non la forza del denaro e delle banche, della guerra e del potere, dello sfruttamento e della violenza, ma piuttosto la semplice cooperazione pacifica e immaginazione, innate nella nostra specie, costruiscono ospedali e case, inventano medicine, adattano la tecnologia, creano metodi nuovi di organizzazione e sopravvivenza. Come un lavoratore può, anche a costo di morire (il sacrificio estremo), rifiutarsi di obbedire, di lavorare, fino a quando le sue richieste non vengano accolte, così un popolo o una minoranza risolutamente preparati a soffrire le conseguenze di non-sottomissione possono mettere in ginocchio qualunque governo, polizia o economia, per quanto potenti possano essere: il nostro potere di produttori e di consumatori di rifiutare e di resistere è invincibile. Finché il momento della violenza si incontra con altra violenza, tutta la solidarietà con coloro che sostengono e amano la pace (per esempio i cittadini di Genova) viene compromessa, e la possibilità di vincere i cuori dei nostri oppositori (nemici?) è perduta.

Riferendoci a noi, se a Genova ci fosse stata una forza veramente unita di attivisti di satya graha preparati a fare l’estremo sacrificio come pacifisti; se decine di miliardi di artisti, infermieri, lavoratori, poeti, attivisti, madri avessero creato una zona pacifica di rispetto, amore e non violenza, in mezzo alle forze potenzialmente violente; se queste intenzioni fossero state rese note al governo, alla polizia, ai manifestanti e ai media, allora la storia avrebbe potuto prendere una direzione più positiva.

Nello stesso spirito sfidiamo le Tute Bianche a mettere da parte le loro bandane, gli scudi, i caschi e le protezioni per diventare una reale forza di verità di resistenza non-violenta, a frapporsi tra le parti in lotta nell’interesse di entrambe, a mettere in gioco per la pace i loro corpi senza difesa, e a lasciar cadere i sentimenti di odio e di vendetta contro la polizia. Così, potrebbero ispirare un movimento di giovani, e l’intensità e l’impegno che abbiamo visto nei guerrieri di strada a Genova potrebbero essere trasformati in una forza che, usando l’immaginazione, creerebbe nuove forme di protesta. Ecco il modello di un nuovo attivismo: un’alternativa alla spesa governativa di bilioni di dollari per bombe, soldati, carri armati, per risolvere i conflitti interni, sarebbe che gli attivisti della pace andassero nei punti caldi per insegnare, guarire, rappresentare, parlare, condividere.

Noi del movimento anti-globalizzazione e GSF, dobbiamo determinare noi stessi i nostri campi d’azione e non aspettare un altro summit in cui potremmo correre il rischio di trovarci in un altra situazione di assedio. Noi dobbiamo prendere l’iniziativa, organizzare il nostro summit globale, sviluppare le nostre forme e le nostre tattiche, rendere chiaro che cerchiamo ogni alternativa alla violenza, rendere semplicemente ovvio che la violenza non avrà alcun ruolo in tali eventi. Magari forse fra un anno potremo ritrovarci a Genova il 20 di luglio per un summit di pace a ricordo della prima vittima del popolo di Seattle, sottolineando il desiderio che egli sia l’ultimo sacrificio alla violenza, ma forse non l’ultimo sacrificio per la pace. Il sentiero verso un mondo più giusto ed egualitario non si può creare con la separazione insita nel paradigma "noi e loro". La questione è: vogliamo creare nemici negli inevitabili confronti con i nostri oppositori, o vogliamo in modi pacifici e con l’immaginazione, vincere i cuori e le menti delle masse in cui le forze dell’ordine reclutano i loro soldati? Una strada può portare alla guerra civile, l’altra a nuove possibilità.
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Non c'è una sola scelta! (8 luglio, 2001)

"Solamente un’alternativa più efficace della violenza può compiere quello che la rivoluzione significa veramente." Julian Beck

Qual'è la forza dietro quest'alternativa?

Da Seattle a Praga a Gothenburg il problema della violenza ha spesso quasi completamente dominato tutta discussione dei meriti del movimento contro la globalizzazione. Dagli scontri per strada, in quest'epoca di sound-bytes ed immagini, i protestanti sembrano di giocare la parte degli emittenti, dei redattori e degli ufficiali che trovano facile deflettere l'attenzione del pubblico dagli argomenti più significativi. Ed a Genova, la più grande parte del dibattito sembra concentrata, quasi esclusivamente, sugli imminenti conflitti tra i diversi gruppi di antagonisti.
Quindi la più importante questione per il movimento contro la globalizzazione sarebbe come entrare nelle strade di Genova senza di perdere di nuovo la nostra voce tra le nube di gas lacrimogeno oppure, come a Gothenburg, rischiare anche il sangue e possibilmente la morte. Quali sono le strategie, dunque, che ci possono servire meglio? Quali sono che possono rispondere all'urgenza e alla sincerità dei giovani ed degli altri giustamenti oltreggiati e desiderando esprimere il loro impegno di protesta.

Il Genova Social Forum, le Tutte Bianche ed anche altri hanno dichiarato pubblicamente una strategia che punta sull'entrata nella Zona Rossa. Molte sono le voci che esigono l'interruzione totale della riunione dei G8. Però, malgrado tutta l'enfasi che si mette sulla nonviolenza, data la natura esplosiva della situazione - la divisione in due grandi campi oppositori di manifestanti, molti dei quali sono convinti della necessità di azione dura, e le forze dell'ordine della polizia, l'esercito ed il governo di Berlusconi - il tutto suggerisce una certa inevitabilità di scontri violenti che daneggiano il movimento.

Così si evita di chiedere, quale strategia può garantire una protesta completamente pacifica per avanzare nel modo migliore i desideri, le idee ed i sogni del movimento? Come evitare la violenza?

Una soluzione proviene da una voce del passato, incarnata nel corpo fragile e spesso isolato di Mahatma Gandhi. Come lui propose, se ci indirizziamo alla psicologia, i bisogni e le paure dei nostri oppositori (mai "nemici" - Gandhi mantenne sempre un rispetto reciproco nelle sue lotte), potremmo arrivare ad una strategia che funziona.

Da Berlusconi in poi, quelli dei G8 credono veramente che stanno percorrendo la strada giusta, e sono anche convinti della necessità di garantire che la riunione dei G8 vada avanti e che il (suo) governo mantiene il (suo) ordine.
Per quanto riguarda la polizia ed i soldati, loro vogliono sopratutto seguire gli ordini (è quello il loro lavoro), non dimostrare la paura o la disubbedienza verso i loro colleghi/compagni, e neppure verso i manifestanti. Crediamo che preferiscono evitare gli scontri, se non vengono provocati.

Lontano dalla Zona Rossa e dagli attivisti militanti, la paura di noi pacifisti sarà marginalizzata. Ci verrà tolto il diritto di esprimere il nostro scontento con un sistema che causa sofferenza e distruzione, ed verrà rafforzata invece la paura, anche di restare passivo e senz'effetto.

Se questa sia una valutazione valida dei giocatori e della situazione, per ridurre tutte le paure e per realizzare i desideri di tutti i partecipanti, la soluzione logica è di evitare ad ogni costo la violenza. Sembra che il Genova Social Forum, le Tutte Bianche e gli altri hanno bisogno di una strategia più potente ed efficace che è entrare nella Zona Rossa. E devono mitigare le tendenze violente dei manifestanti in generale, anche se vuol dire interpolare i nostri corpi fra la polizia e la violenza che può venir fuori dal movimento. Quale forza può sostenere una tale strategia?

Dietro la filosofia della nonviolenza gandhiana è il principio di auto-sacrificio. Siccome noi dell'Occidente (il Primo Mondo) sono quelli che godono i frutti del sistema dei G8 - abbiamo i telefonini, i computer, il petrolio, ecc., siamo ricchi anche se scegliamo la povertà, perchè sfruttiamo sempre delle risorse ed i prodotti creati alla spesa del Terzo Mondo. Qundi lo strumento più potente che abbiamo a disposizione è il nostro potere di non partecipare nel sistema. Gandhi disse, "... un corpo che non riceve il nutrimento di cui ha bisogno muore... dal momento in cui non sosteniamo il governo (capitalismo) muore da cause naturali." Quindi, per esempio, se noi decidiamo che dalle ore 19 alle ore 22 non useremo nè elettricità, nè benzina, nè televisione, nè telefono - di non comprare o consumare - le scosse di un tale gesto incredibile risuonerebbero da Madison Avenue a Wall Street e a Palestina. Si suoterebbe il sistema e si sentirebbe la nostra voce! Ci vuole però quell'auto-sacrificio...

Per tornare a Genova, in questo stesso spirito di auto-sacrificio e rifiuto di integrarsi al sistema, si può indicare una strategia efficace:

1. Formare una Zona di Pace, un sit-in a 24 ore al giorno lungo il confine della Zona Rossa - un buffer tra le forze che minacciano la violenza.

2. Si invita i partecipanti del sit-in di fare un digiuno di tre giorni, per sacrificare il nostro nutrimento per entrare in un'altra "zona mentale" di resistenza, riflessione e meditazione sia sulla nostra propria violenza, sia su quella degli altri, e del sistema. Che modo migliore per dimostrare solidarietà nel confronto con un sistema di distribuzione di cibo che causa ogni 3.25 secondi la morte di qualcuno per fame?

3. Un'Università delle strade al limite della Zona Rossa, e nei parchi, le strade e le piazze, per aprire il dialogo, per i teach-in, per usufruire del meglio che il movimento ci può offrire - la poesia, la musica, la danza, il teatro, ecc. - per impegnarci (ed anche i mass-media) nell'atmosfera festiva di uno scambio di idee. (Ci sono già in programma vari incontri di questo genere.)
Questo è un programma che può funzionare. Certo se risulta che ci impediscano ad eseguirlo, essere arrestati pacificamente ed imprigionati potrebbe essere di più impatto di uno scontro per strada. Il nostro messaggio centrale è sempre che il movimento contro la globalizzazione è ispirato dall'immaginazione e che la resistenza nonviolenta è una forza potente (amore) capace di ispirare la gente e darle la speranza che cambiare pacificamente è possibile. L'altra alternativa, quella della violenza e degli scontri, non può dimostrare questo. Dobbiamo domandarci - quali sound-bytes, quali immagini nei mass-media, aiuteranno a noi ed al movimento?


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